La cultura
Il ritorno dell’eccesso
Perché Gyaru e Lolita stanno riconquistando Internet
Nella moda online sta succedendo qualcosa di strano.
Dopo anni di minimalismo, lusso discreto, estetica clean girl e microtendenze riciclate all’infinito, Internet sembra riscoprire il piacere di esagerare.
Più trucco.
Più accessori.
Più volume.
Più colore.
Più carattere.
Al centro di questo cambiamento ci sono due sottoculture giapponesi che non hanno mai cercato la discrezione: Gyaru e Lolita.
Entrambe stanno ritrovando visibilità sui social. Non soltanto come ricostruzioni nostalgiche del passato, ma come linguaggi visivi che una nuova generazione sta reinterpretando.
A Tokyo, il ritorno del Gyaru è particolarmente evidente. La trasformazione stessa fa parte dello spettacolo: tutorial di trucco, cambi di acconciatura e di abito, video di Para Para, foto di strada e confronti prima e dopo trasformano il percorso per diventare Gyaru in contenuto.
Ma forse la domanda più interessante non è perché questi stili stanno tornando?
È questa:
Perché Internet vuole all’improvviso una moda di nuovo così eccessiva?

DUE RISPOSTE DIVERSE ALLO STESSO DESIDERIO
Gyaru e Lolita sono nati da ambienti culturali molto diversi.
Il Gyaru si è sviluppato nelle strade di Shibuya negli anni Novanta, mettendo in discussione le aspettative tradizionali sull’aspetto e sul comportamento delle giovani giapponesi.
Capelli decolorati, trucco marcato, unghie elaborate, abbronzatura, scarpe con la zeppa e silhouette sempre più esasperate hanno creato un’estetica fatta per farsi notare.
Non si trattava semplicemente di apparire belle.
Si trattava di essere, senza possibilità di equivoco, se stesse.
L’eccesso visivo è diventato una forma di identità.
Il Lolita ha seguito un’altra strada.
Unendo silhouette vittoriane e rococò a elementi della cultura kawaii giapponese, ha trasformato il vestirsi in qualcosa di simile alla costruzione di un mondo.
Pizzi, nastri, corpetti strutturati, gonne voluminose, sottogonne, copricapi elaborati e accessori abbinati con cura creano un intero universo visivo attorno a chi li indossa.
Dove il Gyaru dice:
Guardami.
Il Lolita spesso dice:
Entra nel mio mondo.
Eppure, dietro queste differenze c’è una forte affinità.
Nessuno dei due stili ha molto interesse a confondersi con lo sfondo.

INTERNET FRUGA NEGLI ARCHIVI
Una delle spinte più importanti di questo ritorno non viene da un nuovo stilista o da una nuova passerella.
Viene dagli archivi.
Scansioni di vecchi numeri di egg.
Foto di strada degli anni Duemila.
Le prime fotografie di KERA.
Scatti di Harajuku.
Vecchie foto Purikura.
Blog dimenticati.
Pubblicità di marchi d’epoca.
Le prime immagini di Gothic & Lolita Bible.
Immagini che un tempo si trovavano soprattutto nelle riviste, nelle collezioni personali o nei luoghi fisici di queste sottoculture oggi possono circolare nel mondo in pochi secondi.
Un adolescente a Londra può scoprire una foto di strada scattata a Shibuya nel 2003.
Qualcuno a Seoul può ritrovare un completo Lolita dei primi anni Duemila.
Chi crea contenuti a Los Angeles può ideare un intero trucco a partire da una fotografia pubblicata su una rivista giapponese vent’anni prima.
L’archivio è diventato una bacheca d’ispirazione.
E la nostalgia, materiale creativo.
Il ritorno del Gyaru, in particolare, è strettamente legato ai giovani che riscoprono foto di strada, riviste scansionate e vecchie immagini Purikura su piattaforme come Instagram e Pinterest.
Ma non è soltanto nostalgia.
È reinterpretazione.
La nuova generazione non cerca necessariamente di riprodurre il passato alla lettera.
Si chiede piuttosto:
Che cosa può diventare oggi questa estetica?



QUANDO L’ECCESSO DIVENTA LIBERTÀ
Forse questi stili tornano a parlarci soprattutto per ciò che rappresentano.
La moda su Internet cambia a una velocità impressionante.
Un mese c’è il minimalismo.
Poi il balletcore.
Poi il coquette.
Poi il lusso discreto.
Poi compare un’altra microestetica.
Il linguaggio visivo cambia prima ancora che le persone abbiano finito di comprare ciò che serve per seguire quello precedente.
Il Gyaru propone qualcosa di completamente diverso.
Non chiede di scomparire dentro una tendenza.
Invita a esasperare la propria personalità.
A farsi sentire di più.
A essere più glamour.
A farsi vedere di più.
A occupare spazio.
Per questo l’idea di «Gyaru mind» assume sempre più importanza nelle discussioni attuali sulla cultura Gyaru. L’estetica è inseparabile dalla fiducia in sé, dall’espressione personale e dalla libertà.
Anche nel suo ritorno contemporaneo, egg continua a raccontare il Gyaru attraverso il divertimento, la forza e la libertà, anziché trattarlo come una semplice categoria di abbigliamento.
In questo senso, il Gyaru non è soltanto un look.
È il rifiuto di essere visivamente neutri.

IL LOLITA FA QUALCOSA DI SIMILE
Il fascino del Lolita nasce da emozioni diverse.
Crea distanza dalla realtà quotidiana.
Un completo Lolita può trasformare un gesto semplice, vestirsi, nella costruzione di un personaggio, di un’atmosfera o di un mondo immaginario.
La sottogonna cambia la silhouette.
La camicetta cambia le proporzioni.
Il copricapo cambia la cornice del viso.
Le scarpe cambiano il rapporto tra il corpo e il suolo.
Gli accessori completano la storia.
Ogni elemento contribuisce.
È anche per questo che il Lolita ha dimostrato tanta capacità di durare come sottocultura.
È difficile ridurlo a una sola tendenza, perché il suo fascino non dipende dall’essere alla moda nel senso comune.
In un approfondimento culturale del governo giapponese del 2025, la moda Lolita veniva descritta non soltanto come abbigliamento, ma come un modo per sentirsi più forti: un completo che può funzionare quasi come una «tenuta da combattimento».
È un’idea importante.
Perché quando la moda si lega all’identità, può durare molto più di una normale tendenza.

ORA LA TRASFORMAZIONE È IL CONTENUTO
C’è un altro motivo per cui queste estetiche funzionano così bene sui social:
le loro trasformazioni rendono particolarmente bene davanti alla videocamera.
Nel Gyaru c’è la trasformazione del trucco.
Viso struccato → ciglia → contouring → trucco occhi → capelli → unghie → look finale.
Nel Lolita c’è la costruzione del completo.
Abiti quotidiani → camicetta → abito → sottogonna → scarpe → parrucca o acconciatura → copricapo → accessori.
Il processo stesso diventa un racconto.
Si adatta perfettamente a TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts e agli altri formati brevi.
Il pubblico non vede soltanto il completo finito.
Guarda un’identità prendere forma.
La scena della moda di strada di un tempo si basava su riviste e luoghi fisici. Oggi lo stesso processo può svolgersi interamente attraverso lo schermo di un telefono.
Quando egg è tornata come pubblicazione online nel 2018, il suo nuovo modello era già incentrato su piattaforme digitali come YouTube, TikTok e Instagram. Oggi egg continua a essere una piattaforma culturale soprattutto digitale, pur tornando anche alla carta e agli eventi.
Il mezzo è cambiato.
Il desiderio di essere visti no.

DALLA CULTURA DI STRADA ALLA CULTURA GLOBALE
È in corso anche uno spostamento geografico.
Gyaru e Lolita sono nati in precisi ambienti culturali giapponesi.
Shibuya.
Harajuku.
Riviste giapponesi di moda di strada.
Boutique locali.
Grandi magazzini.
Piccoli marchi indipendenti.
Eventi underground.
Per molti anni, partecipare a queste culture dall’estero richiedeva l’accesso a informazioni difficili da trovare.
Quella barriera è in gran parte scomparsa.
Oggi, da qualsiasi parte del mondo, si possono scoprire marchi giapponesi, idee per i completi, foto storiche, tutorial di abbinamento, capi di seconda mano, stilisti indipendenti e discussioni della comunità senza essere mai stati a Tokyo.
Il risultato non è soltanto la globalizzazione della moda giapponese.
È anche la nascita di nuove interpretazioni locali.
Un completo Lolita a Parigi non deve per forza essere identico a uno di Tokyo.
Chi crea contenuti Gyaru a New York non deve riprodurre alla perfezione un look di Shibuya del 1999.
L’archivio fornisce il vocabolario.
Chi indossa gli abiti decide che cosa dire.

PERCHÉ PROPRIO ORA?
Forse la rinascita di Gyaru e Lolita fa parte di una reazione più ampia all’uniformità visiva della moda attuale su Internet.
Per anni, i social hanno premiato estetiche subito riconoscibili, commercialmente poco rischiose e facili da riprodurre.
Ma quando tutti hanno accesso agli stessi riferimenti, assomigliarsi diventa inevitabile.
L’eccesso torna interessante.
L’individualità torna interessante.
Le sottoculture tornano interessanti.
E gli archivi storici diventano preziosi proprio perché contengono linguaggi visivi che l’attuale ciclo della moda, guidato dagli algoritmi, non ha ancora completamente uniformato.
Gyaru e Lolita offrono entrambi qualcosa che molte estetiche contemporanee faticano a dare:
un sistema completo di codici per esprimere la propria identità.
Non suggeriscono soltanto che cosa indossare, ma anche come affrontare la bellezza, il modo di presentarsi, la fiducia in sé, la comunità e l’espressione personale.
Ecco perché il loro ritorno sembra andare oltre una semplice riscoperta dell’estetica Y2K.
NON È UN RITORNO AL PASSATO
Forse l’aspetto più interessante di questa rinascita è che né il Gyaru né il Lolita stanno davvero tornando indietro.
Internet ha cambiato queste culture.
Il pubblico è cambiato.
La tecnologia è cambiata.
Il panorama mondiale della moda è cambiato.
Non ritorna esattamente il mondo del 1999 o del 2004.
Ritorna il permesso di esagerare.
Di indossare qualcosa perché fa sentire forti.
Di passare un’ora a costruire un aspetto che nessuno definirebbe «senza sforzo».
Di fotografare la trasformazione.
Di condividerla.
Di trovare altre persone che capiscano perché conta.
Forse è questo il vero motivo per cui queste due sottoculture giapponesi stanno ritrovando un pubblico.
Non perché il passato stia tornando identico a com’era.
Ma perché una nuova generazione scopre che, a volte, la moda è più emozionante quando si rifiuta di essere discreta.
IL NUOVO LINGUAGGIO DELL’ESPRESSIONE PERSONALE
Gyaru e Lolita possono sembrare completamente diversi.
Il primo è abbronzato, glamour, vistoso e ribelle.
Il secondo può essere delicato, teatrale, romantico, cupo o fantastico.
Entrambi, però, rifiutano l’idea che la moda debba limitarsi a farci confondere con gli altri.
Entrambi trasformano il vestirsi in un gesto consapevole.
Entrambi creano comunità attorno a un’identità visiva.
Ed entrambi sono sopravvissuti perché le persone continuano a trovarvi qualcosa che i normali cicli delle tendenze non offrono.
Internet può aver cambiato il modo in cui queste culture si diffondono.
Ma il desiderio alla base è antico:
vestirsi non soltanto per esprimere chi si è, ma anche la persona che si vuole diventare.
Forse è per questo che l’eccesso sta tornando.
Forse eravamo semplicemente stanchi di assomigliarci tutti.